Pagine da ricordare: Tucidide, Le storie

17 novembre 2010 23:20 3 comments

Torino, Utet, 1982 (a cura di Guido Donini)

Sulla democrazia

 

Libro II, 37, 1-3

 

[…] per il fatto che non si amministra lo stato nell’interesse di pochi, ma di una maggioranza, si chiama democrazia: secondo le leggi vi è per tutti l’eguaglianza per ciò che riguarda gli interessi privati; e quanto alla considerazione di cui si gode, ciascuno è preferito per le cariche pubbliche a seconda del campo nel quale si distingue, e non per la classe da cui proviene più che per il merito; d’altra parte, quanto alla povertà, se uno è in grado di far del bene alla città, non è impedito dall’ oscurità della sua posizione sociale. [2] Noi svolgiamo la nostra vita di cittadini liberamente, sia nei rapporti con lo stato, sia per ciò che riguarda i sospetti reciproci nelle attività di tutti i giorni: non siamo adirati col nostro vicino se fa qualcosa secondo il suo piacere, né infliggiamo molestie che, pur non facendo del male, sono tuttavia fastidiose alla vista. [3] Mentre ci regoliamo nei nostri rapporti privati senza offendere, nella vita pubblica non ci comportiamo in modo illegale, soprattutto a causa del rispetto, perché diamo ascolto a coloro che di volta in volta sono in carica e alle leggi, specialmente quelle che sono stabilite per aiutare le vittime di ingiustizia e quelle che, senza essere scritte, portano a chi le vìola una vergogna comunemente riconosciuta.

Sull’inutilità della pena di morte

Libro III, 45

 

45 [1] Nelle città è prevista la pena di morte per molte offese, che non sono eguali a queste, ma minori: e tuttavia gli uomini, trascinati dalla speranza, corrono il rischio, e nessuno ha mai affrontato il pericolo ritenendosi incapace di riuscire nelle sue trame. [2] E quale città nel ribellarsi ha mai tentato l’impresa avendo mezzi che a suo parere fossero inferiori, sia che si trattasse solo di forze proprie, sia di forze procurate grazie a un’alleanza con altri stati? [3] Tutti gli uomini per natura sono portati a commettere colpe, sia come privati sia come stati, e non c’è legge che glielo impedirà, poiché gli uomini, aggiungendo nuove pene, le hanno esaurite tutte, nella speranza di subire meno offese dai criminali. È probabile che nei tempi antichi le pene sta­bilite per i delitti più gravi fossero più miti, ma poiché queste leggi venivano trasgredite, la maggior parte di esse col tempo è arrivata alla pena di morte; e tuttavia anche così le leggi sono trasgredite. [4] Perciò, o bisogna trovare qualche terrore più terribile di questo, oppure in ogni caso questo terrore non impedisce niente: ma la povertà, che spinta dal bisogno provoca l’audacia, la ricchezza, che con l’insolenza e l’orgoglio provoca l’avidità, e le altre condizioni degli uomini, in preda alle passioni, ogni volta che ciascuna subisce un impulso più potente e irresistibile, li spingono verso i pericoli. [5] E in ogni occasione la speranza e il desiderio, questo alla guida e quella al suo seguito, mentre il secondo escogita il piano e la prima fa balenare il favore della fortuna, compiono i danni più gravi, ed essendo invisibili sono più potenti dei pericoli visibili. [6] E la fortuna, che vi si aggiunge, non contribuisce meno di essi a trascinare all’azione: talvolta, infatti, essa assiste qualcuno inaspettatamente e lo spinge a correr rischi anche se si trova provvisto di mezzi inferiori: e soprattutto spinge le città, in quanto sono in gioco gli interessi più importanti, la libertà e il do­minio sugli altri, e ciascuno, operando insieme a tutti i suoi concittadini, si stima senza alcun fondamento ben più forte di quello che è. [7] È semplicemente impossibile – e dà prova di grande stupidità chi lo crede – che quando la na­tura si muove con ardore per far qualcosa, si riesca a im­pedirlo con la forza delle leggi o con qualsiasi altro terrore.

 

 

Sulla degenerazione dell’uomo durante uno stato di guerra

 

Libro III, 82, 2

 

E molte calamità dolorose afflissero le città a causa della lotta civile, cose che avvengono e avverranno sempre finché la natura degli uomini sarà la stessa, ma più atroci o più miti, e diverse nelle loro manifestazioni, secondo ogni mutamento delle circostanze che si presenta. In tempo di pace e nella prosperità le città e gli individui hanno sentimenti migliori, perché non incorrono in costrizioni che avvengono contro la libera volontà: ma la guerra, togliendo le comodità della vita quotidiana, è un maestro che ama la violenza, e rende gli umori della maggior parte degli uomini conformi alle circostanze.

 

Sul cambiamento delle “parole”

Libro III, 82, 4

 

E gli uomini cambiarono il significato abituale delle parole in rapporto ai fatti secondo il modo in cui ritenevano d’in­terpretarle. L’audacia irragionevole fu ritenuta coraggio pieno di fedeltà verso i compagni politici, l’esitazione prudente di­venne viltà con una bella apparenza, la moderazione, il manto che copriva la codardia, e l’intelligenza in ogni cosa, ignavia sistematica, l’ardore folle fu aggiunto alle caratteristiche virili, e il riflettere attentamente ai fini della sicurezza fu consi­derato un pretesto ragionevole per rifiutarsi di agire.

 

Sulla “onestà” degli uomini che ricercano il potere

Libro III, 82, 7-8

 

La maggior parte degli uomini si lasciano più facilmente chiamare abili se sono mascalzoni che stupidi se sono onesti, e di questo si vergognano, mentre di quello si vantano. [8] La causa di tutto ciò era il potere perseguito per cupidigia e ambizione: da queste veniva anche l’ardore quando tra le parti scoppiava la rivalità.

 

Contro la guerra

Libro IV, 59, 2

 

Su come il far la guerra sia penoso, che bisogno c’è di dilungarsi, enumerando, a persone che lo sanno, tutto ciò che essa com­porta? Nessuno è costretto a far la guerra per ignoranza, né ne è distolto dalla paura, se crede di poterne trarre qualche vantaggio. Accade invece che agli uni i vantaggi appaiano maggiori dei pericoli, e che gli altri siano disposti a correr dei rischi piuttosto che subire qualche danno immediata­mente: [3] ma se gli uni e gli altri si trovano ad agire in un momento inadatto proprio a quegli scopi, allora le esorta­zioni a riconciliarsi sono utili.

 

 

Parole che ci arrivano dal V sec. a.C.!

3 Comments

  • “per il fatto che non si amministra lo stato nell’interesse di pochi, ma di una maggioranza, si chiama democrazia”

    peccato che quella “maggioranza” era la maggioranza del 10% di abitanti di Atene liberi, maschi e nati ad Atene. E’ buona norma, quando si sente parlare di potere non elitario, andare a scavare oltre le parole, e vedere cosa c’è dietro in realtò. E spiacente, ma una democrazia limitata al 10% della popolazione non è democrazia, è oligarchia, l’etimologia non perdona.

  • Gia’. L’osservazione di Giovanni e’ corretta. Pero’ la chiamiamo giustamente ”democrazia”, quella greca del V sec. a.C., perche’ in confronto al resto d’Europa lo era veramente – non in termini assoluti: non si puo’ metterla a confronto diretto e paritetico con il sistema greco di oggi.
    Tuttavia oggi siamo arrivati alla follia: sono i cittadini stessi a rinunciare alla democrazia spontaneamente (come vi rinunciano? Non associandosi agli altri cittadini, non esprimendosi pubblicamente di fronte alle ingiustizie per proporre delle migliorie e vivendo passivamente la realta’ nella sua interezza).

  • Qualche dato, non per confutare quanto affermato da Giovanni che è, novecentescamente ed etimologicamente, vero:
    Nel 1861 in Italia il diritto di voto era riservato ad appena l’1,89% della popolazione (naturalmente solo cittadini maschi, alfabetizzati e con un reddito alto; il suffragio universale maschile verrà introdotto nel 1912; le donne otterranno il diritto di voto solo nel 1946.
    Ancora oggi gli stranieri che risiedono sul territorio italiano, anche da molto più di 10 anni, sono esclusi dal voto, così come molti giovani di origini non italiane ma nati sul suolo italico.

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